Società Italiana di Psicoeducazione

L’educazione alla salute mentale

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Il disturbo da deficit d’attenzione ed iperattività

A cura di Edy Trazzi

Il disturbo da deficit d’attenzione-iperattività (comunemente abbreviato in DDAI o in ADHD indicando il termine inglese di Attention Deficit Hyperactivity Disorder) è una sindrome che ha il suo esordio nell’infanzia ed è caratterizzata dalla tendenza all’ipermotricità, da scarso autocontrollo ed autoregolazione, e da evidenti problemi dell’attenzione.

Vi sono opinioni discordanti riguardo all’incidenza del disturbo, a causa di differenti criteri diagnostici utilizzati e di metodi di valutazione. In Italia si stima che questo problema riguardi circa il 5% della popolazione in età scolare.

Le cause del disturbo non sono ancora del tutto chiare, molti studiosi concordano sulla multifattorialità (compresenza di cause multiple) e sulla necessità di procedere con la ricerca, su più fronti.
Attualmente la maggior parte delle ricerche scientifiche che indagano le cause del DDAI, riguardano la genetica. Secondo un ampio studio di Goodman e Stevenson (1989), la percentuale di causalità del DDAI attribuibile a fattori genetici si aggira tra il 70% e il 91%, mentre il restante 10%-30% è attribuibile a fattori ambientali. Questi studi sembrano ipotizzare che l’insorgenza del DDAI sia da attribuire, per la maggior parte, a fattori costituzionali. La gravità, l’evoluzione e la prognosi invece, sembrano dipendere da fattori legati all’educazione e all’ambiente sociale in cui si trova inserito il bambino (Barkley, 1998).
I bambini che hanno questo problema fanno molta fatica a mantenere l’attenzione e a concentrarsi, dunque sono facilmente distraibili, hanno inoltre la tendenza ad agire impulsivamente, senza pensare a ciò che fanno e alle conseguenze delle loro azioni, per questo motivo tendono a mettersi nei guai o a farsi male. Hanno grosse difficoltà a modificare il loro comportamento sulla base dei loro errori.
Spesso questi bambini sono alla continua ricerca di attenzione, dimenticano facilmente le richieste, e le loro stesse intenzioni, non portano quasi mai a termine ciò che stanno facendo, perdono frequentemente le loro cose, non riescono ad organizzare un piano d’azione, sono sempre in movimento, anche quando sono impegnati in attività sedentarie. Risulta quasi impossibile vederli tranquilli a fare un gioco seduti per un tempo prolungato.
I bambini con deficit dell’attenzione faticano ad accettare le regole e sono poco capaci di tollerare la frustrazione; spesso, quando le loro aspettative sono disattese, reagiscono con rabbia eccessiva o con reazioni di allontanamento e chiusura verso gli altri.
Nell’ambito scolastico hanno problemi di apprendimento e nell’ambito sociale hanno spesso problemi relazionali; anche in famiglia le relazioni sono per lo più difficili o conflittuali. Sono frequenti problemi di autostima per la facilità con cui provano senso di inadeguatezza, possono talvolta sviluppare problemi di ansia e depressione o altri disturbi comportamentali.
Se si sospetta che un bambino possa avere un DDAI è necessario rivolgersi ad un servizio di psicologia per l’età evolutiva, ad un servizio di neuropsichiatria infantile o ad uno specialista dell’età evolutiva, che potrà attivare le risorse necessarie per pervenire ad una diagnosi e impostare un piano di trattamento.
Bisogna sottolineare che vi sono moltissimi problemi infantili che possono apparire come sintomi del DDAI ma che di fatto sono riconducibili ad altre cause.
Spesso i comportamenti di disattenzione, impulsivi o che denotano una marcata attivazione fisica, sono il risultato dell’apprendimento di risposte adattive e funzionali in ambienti altamente disorganizzati e caotici. Attraverso un’attenta valutazione clinica sarà possibile identificare il vero problema e individuare eventuali disturbi aggiuntivi.
Secondo i dati della letteratura scientifica il trattamento ideale per il DDAI implica il coinvolgimento di famiglia, scuola e bambino stesso.
La tradizione cognitiva e comportamentale ha permesso la messa a punto di alcuni programmi specifici educativi e terapeutici.

Per approfondimenti sul web:
www.aidai.org

Associazione Italiana Disturbi dell’Attenzione e Iperattività
www.aifa.it

Associazione Italiana Famiglie ADHD

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Disturbo bipolare

A cura di Stefano Marchi

le manifestazioni che riguardano la sfera maniacale sono principalmente riferibili ad un’alterazione dell’umore che diviene euforico, con frequente irritabilità. In questo caso l’autostima s’innalza in modo eccessivo, fino a vere e proprie idee di grandezza e onnipotenza. La persona si sente piena di idee e sviluppa interessi per nuove attività e un coinvolgimento maggiore con le altre che spesso tendono a percepire questa vicinanza come invadente e indiscreta. Contemporaneamente la persona si sente in uno stato di elevato benessere psicofisico, potrebbe aumentare sensibilmente il numero di attività svolte associando una diminuzione delle ore di sonno, aumentato desiderio sessuale, irregolarità nelle abitudini alimentari e perdita di peso.
Dal punto di vista del pensiero possono verificarsi idee deliranti megalomani riferite alle proprie capacità fisiche ed economiche. E’ frequente, in questi casi, assistere ad acquisti smodati e superiori alle proprie possibilità economiche. Tali acquisti possono mettere a repentaglio l’economia di intere famiglie.

Trattamento
Nei disturbi bipolari il trattamento di elezione avviene attraverso farmaci stabilizzatori dell’umore. Tra questi il maggiormente utilizzato è basato sull’impiego dei sali di litio (in particolare del carbonato di litio), che si è dimostrato efficace nella stabilizzazione del tono dell’umore e nella prevenzione delle ricadute. Questo tipo di farmaco richiede un monitoraggio periodico (mensile a regime) dei livelli plasmatici del litio (litiemia).

Qualsiasi ragionamento sui farmaci deve essere affrontato insieme ad un medico esperto in tal senso. Uno dei peggiori errori che si possono fare è quello di ricorrere all’automedicamento. Come può essere facile immaginare qualsiasi disturbo dell’umore comporta una distorsione nella percezione del proprio stato di salute e il ricorso al farmaco, senza un costante controllo medico, può avere conseguenze disastrose.

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La depressione

A cura di Stefano Marchi

Le manifestazioni che riguardano la sfera depressiva sono principalmente riferibili ad un’alterazione dell’umore che diviene depresso, irritabile e ansioso. In diversi casi si presentano crisi di pianto. La persona indica una perdita di fiducia nelle proprie capacità, una bassa autostima e tende a colpevolizzarsi per quello che le accade. Altre problematiche hanno a che fare con la difficoltà di concentrazione, la difficoltà nel prendere decisioni è una diminuzione dell’interesse per le normali attività, la perdita di piacere e una tendenza al ritiro sociale. Contemporaneamente emergono un senso di impotenza e di disperazione verso il futuro. La persona si sente stanca, può sperimentare una modificazione del sonno e dell’alimentazione e una perdita di interesse dal punto di vista sessuale. In alcuni casi una sindrome depressiva può presentare anche sintomi psicotici ovvero la presenza di idee deliranti e di allucinazioni.
Come si curano
Le ricerche attuali indicano che il trattamento dei disturbi dell’umore che dà maggior efficacia è dato dall’integrazione di un buon trattamento farmacologico con la psicoterapia (tra queste diversi studi indicano come più indicata la terapia ad orientamento cognitivo comportamentale).
L’approccio psicoterapeutico può dimostrarsi utile per la comprensione dello sviluppo dei disturbi, per fornire sostegno all’individuo e per migliorare l’adesione al trattamento. In particolare la psicoterapia può essere fondamentale per: affrontare l’episodio (i sintomi attivi); aiutare la persona e quelle di riferimento a diventare consapevoli di quanto sta accadendo; sviluppare strategie di gestione e fronteggiamento; prevenire le ricadute; prevenire eventi critici come il suicidio; aiutare la presa di decisioni importanti per il futuro.
All’interno di una terapia cognitivo comportamentale si lavora per aumentare la consapevolezza della persona rispetto al proprio disturbo, ai sintomi associati e alle manifestazioni emotive e psicofisiologiche. Uno dei principali focus di lavoro riguarda la modificazione dei pensieri (distorsioni cognitive, idee irrazionali) che accompagnano e sostengono il disturbo dell’umore. La terapia cognitivo comportamentale aiuta infatti a sviluppare una modalità di pensiero più equilibrata e razionale.
Un altro focus importante di lavoro riguarda la costruzione di migliori abilità per affrontare le difficoltà quotidiane e gli eventi di vita che probabilmente hanno favorito l’insorgere e/o il mantenimento del disturbo. Ad esempio l’intervento può riguardare un le abilità di risoluzione di problemi, di presa di decisioni, le abilità comunicative e di gestione dello stress, ecc…
All’interno della terapia si cerca di riprendere le attività che sono state abbandonate a causa del disturbo, tra queste soprattutto quelle che sono fonte di soddisfazione personale e relazionale e che rispettano maggiormente la persona da un punto di vista valoriale e di obiettivi di vita.
L’approccio cognitivo comportamentale è fortemente centrato sul presente e, a differenza di altre psicoterapie, si rivolge al passato per comprendere dove la persona può aver imparato modalità disfunzionali di affrontare alcuni aspetti sui quali ha difficoltà ora. In questo senso si da un peso minore a quanto accaduto nell’infanzia cercando di passare il messaggio che in qualsiasi momento della vita si possono imparare modalità nuove di pensare, agire e di relazionarsi.

Attualmente sono a disposizione numerosi farmaci antidepressivi tra cui si segnalano gli SSRI (che agiscono sulla ricaptazione della serotonina) per la loro maggiore maneggevolezza e minore tendenza a causare effetti collaterali e tossici rispetto ai farmaci utilizzati in precedenza (Triciclici ed IMAO). Tuttavia, il loro uso è raccomandato dalle linee guida internazionali soltano per gli episodi depressivi gravi e consigliati con riserva per gli episodi di grado medio.
Per gli episodi di grado lieve-medio la psicoterapia da sola è considerata l’approccio preferibile.

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Ansia di separazione

A cura di Edy Trazzi

E’ un disturbo ansioso caratterizzato soprattutto da una forte paura che si manifesta quando il bambino deve separarsi da un familiare o da una persona cui è affettivamente  molto legato.
Anche l’allontanamento da casa, talvolta, può creare un forte disagio nei bambini che hanno questo problema.
Nel disturbo d’ansia da separazione, il livello d’ansia provato dal bambino appare irragionevole ed eccessivo.  Non deve essere confuso con i normali stati di apprensione che molti bambini, in età prescolare, per esempio, esprimono alle prime occasioni di separazione dalla mamma o dalle figure di riferimento. Alcune paure fanno parte del normale sviluppo emotivo del bambino e non sono, certamente, indicatori di psicopatologia.

Il Bambino interessato da questo tipo di disturbo, prova spesso una forte ed irrazionale preoccupazione nei confronti delle persone care, teme che possano ammalarsi gravemente, avere incidenti oppure abbandonarlo. Talvolta si rifiuta di andare a scuola, non per paura di quello che può accadere a scuola (fobia scolastica) ma per il timore di allontanarsi da casa e di lasciare la mamma. Questi bambini non riescono a dormire fuori casa, anche se magari lo desiderano, hanno risvegli notturni a causa di incubi relativi alla separazione. Chiedono frequenti rassicurazioni affettive e talvolta evitano accuratamente di rimanere da soli.
Sul piano somatico i sintomi sono rappresentati soprattutto da cefalea e disturbi gastrointestinali, sul piano emotivo, da tristezza, pianto, rabbia, ansia, sul piano comportamentale, da ritiro sociale ed evitamento delle situazioni temute.

Sembra che il disturbo d’ansia di separazione si sviluppi a seguito di alcuni fattori scatenanti per esempio: lutto  di un genitore o familiare, malattia del bambino stesso o di una persona cara, allontanamento di un genitore, ospedalizzazioni,  cambiamenti di residenza, cambiamento di scuola, inserimento in un nuovo contesto. Occorre inoltre considerare alcuni fattori ambientali che possono favorire una predisposizione del bambino a strutturare una disturbo di ansia da separazione, per esempio situazioni familiari fortemente caotiche o connotate da alta conflittualità, separazioni precoci e traumatizzanti dai genitori, minacce ricorrenti di un genitore o di entrambi di abbandono,  minacce di suicidio o più semplicemente genitori ansiosi  possono trasmettere alcune loro forti paure ai figli che imparano così, a temere di allontanarsi da chi può costantemente proteggerli.
E’ evidente come un disturbo d’ansia di separazione possa seriamente compromettere un armonico sviluppo del bambino (molti adulti con disturbo di panico hanno avuto, da bambini, un disturbo d’ansia da separazione).
Per capire se si tratta di razioni emotive  occasionali, transitorie o funzionali o di un disturbo d’ansia vero e proprio, è utile valutare la frequenza, l’intensità e la durata con cui le crisi si manifestano; se appaiono francamente eccessive, è consigliabile rivolgersi ad uno specialista dell’età evolutiva. Molte ricerche hanno dimostrato che integrando tecniche comportamentali con procedure cognitive è possibile ottenere sostanziali modifiche nel modo di reagire di bambini e adolescenti ansiosi (Kendall, Howard e Epps, 1988; Kendall e Chansky, 1991).

Letture utili
M. Sunderland, Aiutare i bambini…che hanno paura, Trento: Erickson
M. Sunderland Aiutare i bambini…che temono di non essere amati, Trento: Erickson
J.S. Dacey e L. B. Fiore, Il bambino ansioso, Trento: Erickson

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L’adolescenza e i suoi problemi

A cura di Daniela Sacchi

L’adolescenza non è un “disturbo” ma, spesso, un problema.

Forzatamente, cambia tutto e tutto costringe ad un cambiamento fisico, psicologico, sociale.
A chi far riferimento? è necessario riorientarsi. E’ una fatica, e occorre non dimenticarlo.

Via i genitori: non possono che essere trasmettitori del loro concetto di società e delle loro regole, precedentemente acquisite e rispettate. Non ha mai funzionato e, men che meno, funziona oggi: è uno scontro sociale, basato sul potere. Avviene in ogni società, anche quelle definite “primitive”: crescendo, si cresce anche nel potere e lo si vuole affermare.

Via gli insegnanti, se non abilissimi. Potrebbero costituire dei magnifici “modelli” ma, spesso, sono fonte di disagio con critiche generiche: “non capisci niente”, “sei un buffone”, “per carnevale, sei già a posto: non vorrai truccarti di più, vero?”

Dentro gli amici. Questi sì. In questo momento sono gli unici erogatori di rinforzi e, più si è simili, più la gratificazione è naturale.

Dentro le sfide, per la necessità di “prendersi le misure” e di verificare quanto la supposta maturità, coincida con l’autonomia.

La consultazione
Va da sé la necessità che l’intervento sia tempestivo: gli strumenti forniti permetteranno di affrontare, in futuro, altri momenti di disagio.
Meno evidente ma altrettanto importante è la rapidità dell’intervento. Oltre al fatto che spesso sono gli adolescenti stessi ad imporcela, non possiamo pensare che il nostro lavoro, per quanto raffinato possa essere, “blocchi” o rallenti il naturale andamento del processo evolutivo.
Un altro elemento fondamentale è costituito dalla flessibilità del terapeuta: raramente gli appuntamenti hanno cadenza settimanale o, quanto meno, regolare. Spesso gli intervalli sono riempiti da e-mail o da sms che segnalano la voglia di mantenere il contatto ma, di nuovo, il bisogno di autonomia, come dire “so che ci sei ma non sono in urgenza”.

Ma il momento dell’urgenza arriva, sia per comportamenti in eccesso che per comportamenti in difetto. Allora che fare, oltre a cogliere al volo il bisogno?
La pratica clinica suggerisce alcuni importanti passaggi che, visti così, sembrano dover durare anni mentre in realtà, con gli adolescenti, la procedura è piuttosto rapida:
• valutare il problema comportamentale, psicologico e/o ambientale
• valutare la capacità di coping in precedenti esperienze
• indagare il sistema dei valori e delle cognizioni che li sottendono
• cogliere, accogliere e sottolineare le emozioni provate
• identificare un “futuro accettabile”
• operare una ristrutturazione cognitiva e costruire un repertorio comportamentale atto a raggiungere gli obiettivi auspicati

Molto spesso il disagio portato in consultazione è costituito dalla rabbia e dalla non capacità di gestirla, dall’incapacità di cogliere le convinzioni autodistruttive, di differenziare e localizzare le emozioni nel proprio corpo, di cogliere gli antecedenti di comportamenti esplosivi o implosivi e, soprattutto, di trovare alternative.
Quest’ultimo elemento ci riporta a considerare i fattori di rischio più pericolosi dell’adolescenza: la percezione di scarsa autoefficacia e la mancanza del futuro.
Poiché il futuro non esiste, perché devo aspettare per avere qualcosa che desidero? Perché non fare tutto quello che mi pare (anche a rischio della vita)? Perché non chiudermi in casa, con il mio computer e fare giochi di ruolo e basta (in Giappone, si chiamano chiki komori e sono chiusi in camera da anni)? Perché evitare la rissa, quando solo in quel momento sto bene? Perché devo incontrare persone, se mi sento sempre in imbarazzo? Perché andare a scuola, se non serve a nulla?
…e non si tratta di patologia conclamata…

Letture utili
Caparra G. V. (1997). Bandura. Milano: Franco Angeli.
Crittenden, P. M. (1997). Pericolo, sviluppo e adattamento. Milano: Masson.
Eron, L. D. (1997). The Development of Antisocial Behavior from a learning Perspective. In D.M. Stoff, J. Breiling e J.D. Maser (Eds). Handbook of Antisocial Behavior. New York: John Wiley & Sons.
Fuligni, C., Romito, P. (2002). Il counselling per adolescenti. Milano: McGraw-Hill.
Sacchi D. (2003). Apprendisti adulti. Interventi di prevenzione e terapia con adolescenti. Milano: McGraw-Hill.

A chi rivolgersi
A.I.A.M.C. Associazione italiana di Analisi e Modificazione del Comportamento e Terapia Comportamentale e Cognitiva. 02/29 52 11 05
CPA, Centro Psicologia Adolescente (ASL Milano). 02/29 505 021/037
Istituto di Psicologia del Bambino e dell’Adolescente. 02/73 82 045

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I nostri blog

Disturbi e problemi psicologici, news sulla salute mentale, psicoterapia, sanità pubblica.

Le guide on line sui disturbi e problemi psicologici

Guide online sui principali disturbi e problemi psicologici.

Le guide on line sulla psicoterapia

Quali sono le psicoterapie più accreditate dalle organizzazioni scientifiche internazionali, i principi e le tecniche, a chi rivolgersi.

La salute e la legge

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A chi rivolgersi

Le principali società scientifiche di terapia cognitivo comportamentale in Italia, i terapeuti accreditati da SIPE, il programma HELP per la salute mentale

La ricerca

Il Centro Ricerche sui Disturbi d’Ansia è un programma di ricerche organizzato da SIPE per la messa a punto di protocolli di gruppo basati sulla terapia cognitivo comportamentale integrata con la mindfulness (terapia cognitiva di terza generazione) per il trattamento dei disturbi d’ansia (ansia generalizzata, disturbo di panico).

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Disturbi psicotici e schizofrenia

a cura di Pietro Spagnulo

I disturbi psicotici sono caratterizzati da significative alterazioni di aspetti cognitivi ed emotivi, tali da poter incidere in modo evidente sulla capacità di rapporto con gli altri ed in generale con la realtà. Il disturbo di gran lunga più noto e diffuso è la schizofrenia.

La Schizofrenia è una malattia mentale caratterizzata fondamentalmente da una specifica forma di disorganizzazione del pensiero tale da rendere chi ne soffre incapace, in alcune circostanze, di capire cosa sia reale o solo immaginato. Sembra che alla base di questa disorganizzazione vi sia una difficoltà a gestire più livelli di elaborazione della informazione contemporaneamente. La ricerca non ha dato ancora, tuttavia, una risposta definitiva sull’argomento.

Il disturbo è presente in una persona su duecento indipendentemente dalla razza e dal ceto sociale.

La gravità della malattia è variabile da individuo ad individuo.

Ad ogni modo, qualsiasi sia l’origine e la natura della disorganizzazione del pensiero, questa comporta una serie caratteristica di sintomi e difficoltà. I sintomi della schizofrenia possono presentarsi in momenti critici (episodici) oppure in modo stabile e cronico.

1. Disturbi del Pensiero consistenti il più delle volte in difficoltà di concentrazione e di organizzazione del pensiero. Questi disturbi non ledono l’intelligenza, ma possono alterare il modo di utilizzarla.

2. Presenza di deliri (false credenze) che consistono in convinzioni palesemente false che, tuttavia, sono considerate vere da chi le ha. Alcuni deliri tipici sono i deliri di grandezza (l’idea di essere persone assolutamente speciali o famose) e di persecuzione (la convinzione di essere osservati e o perseguitati). Tuttavia la varietà dei deliri è tale che è praticamente impossibile fornirne una lista completa.

3. Presenza di allucinazioni (false percezioni) che consistono in percezioni visive oppure uditive o olfattive a cui non corrispondono cose realemente esistenti. In altri termini, si vedono, si odono, o si percepiscono olfattivamente, cose che nessuno vede, ode o percepisce.

4. Disturbi del comportamento e delle emozioni.
E frequente osservare dei comportamenti bizzarri e/o inadeguati, che possono mettere in serio imbarazzo i familiari ed i conoscenti. Inoltre, le difficoltà del pensiero possono ingenerare problemi nella capacità di affrontare anche alcuni compiti considerati banali, come guardare la TV, leggere il giornale, apprendere delle abilità nuove. Anche il comportamento verbale può essere alterato da un linguaggio impreciso, vago, con associazioni apparentemente senza senso.
Anche le emozioni possono essere disturbate. Possono essere presenti riduzione o addirittura scomparsa delle proprie emozioni. Possono essere colpite sia le sensazioni piacevoli che quelle spiacevoli. Altre volte si può riscontrare un comportamento emotivo senza la corrispondente sensazione: ad esempio si può ridere o piangere senza sentirsi né felici né tristi.

Un tempo la schizofrenia era considerata una malattia intrattabile e progressivamente ingravescente. Oggi si è compreso che, se ben trattata, la schizofrenia non impedisce di lavorare, di avere amici, di esprimere la sessualità, di poter apprendere nuove abilità, in una parola: il godimento della vita. E’ tuttavia indispensabile ridurre al minimo le crisi ed imparare a gestire alcuni limiti derivanti dai principali sintomi e difficoltà di organizzazione del pensiero.

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Decision making e Problem solving

a cura di Pietro Spagnulo

L’arte di prendere decisioni (decision making) e di risolvere problemi (problem solving) è stata oggetto di studi in matematica, logica, intelligenza artificiale e psicologia.

Problem Solving significa letteralmente “risolvere problemi”. Il termine è stato utilizzato originariamente soprattutto in riferimento ai problemi logico-matematici, ma negli ultimi anni è stato sempre più utilizzato per riferirsi allo studio delle abilità e dei processi implicati nell’affrontare i problemi di ogni genere (da quelli pratici e organizzativi, a quelli comunicazionali e psicologici) in modo positivo ed efficace.

Il Problem solving come abilità generale di approccio ai problemi, viene insegnato ormai da molti anni con notevoli risultati in vari ambiti: nelle organizzazioni, nel business, nell’insegnamento, nel coaching, nel counseling e in psicoterapia. In ciascuno di questi campi, la sua utilizzazione si è affermata come strumento principe per incrementare le abilità di management, di insegnamento, nella relazione di aiuto e per migliorare la comunicazione tra le persone e la crescita personale.

A seconda dell’ambito di utilizzazione del Problem solving, sono stati individuati strumenti specifici che consentono di inquadrare i problemi in modo accurato. Tuttavia le abilità di base ed i processi fondamentali di Problem solving sono gli stessi, qualunque sia il campo di applicazione.

Negli ultimi venti anni, è stato sperimentato con successo l’insegnamento dei fondamenti del Problem solving in condizioni di disagio psicologico e sociale con notevoli risultati. Per cui il Problem Solving è divenuto uno strumento essenziale nella psicoterapia, nel counseling, nell’insegnamento, nella psicoeducazione, nella riabilitazione psichiatrica e come inquadramento della relazione di aiuto.

L’arte di risolvere i problemi si compone di diverse abilità. Tutti ne siamo dotati in qualche misura, ma è ben difficile che le possediamo tutte in grado elevato. Un buon risolutore di problemi non è necessariamente, contemporaneamente, un genio creativo come Pablo Picasso, un forte ragionatore come Immanuel Kant, e non è necessariamente un impeccabile e rigoroso Sherlock Holmes, e, allo stesso tempo, una persona dotata di straordinario senso pratico e di fulminante capacità di improvvisazione come James Bond.

Un buon solutore di problemi è colui che possiede tutte queste abilità in modo equilibrato e armonico.

Problemi, ostacoli, obiettivi e soluzioni

I problemi esistono in quanto esistono degli obiettivi.

Ci accorgiamo di avere un problema quando incontriamo una difficoltà sul nostro cammino, quando ciò che stiamo facendo non consente di ottenere gli effetti desiderati.
Quando ci rendiamo conto di avere un problema (sia perché ci accorgiamo di uno specifico ostacolo, sia perché viviamo uno stato di disagio), ci stiamo trovando, in realtà, di fronte alla necessità, se vogliamo raggiungere i nostri obiettivi, di cambiare qualcosa nel nostro modo di vedere, sentire e capire le cose e nel nostro comportamento.

Se non ci accorgiamo di questa necessità, si genera un opprimente paradosso: più rimaniamo ancorati all’ostacolo o al disagio, concentrandoci su di essi nel tentativo di trovare soluzioni, meno ci riusciamo. E ciò accade perché ripercorriamo mentalmente e con il comportamento sempre le stesse vie, che sono quelle che in realtà sostengono il problema. Per risolvere il problema dobbiamo, invece, cambiare qualcosa. Dobbiamo inventare dei percorsi alternativi, nuovi, efficaci, per raggiungere i nostri obiettivi.

Il Problem solving è dunque l’arte delle strategie per raggiungere gli obiettivi.

Un obiettivo è uno stato al quale aspiriamo consapevolmente, a partire dal nostro stato attuale.

Un problema è una condizione in cui ciò che stiamo facendo, o le azioni che compiamo abitualmente, o le conoscenze che abbiamo non sono sufficienti per raggiungere i nostri obiettivi; da ciò risulta uno stato di disagio e l’identificazione di ostacoli nel nostro cammino. Un problema è un implicito invito al cambiamento.

Un ostacolo è l’insieme degli impedimenti a procedere come di consueto o secondo le nostre conoscenze ed esperienze, in direzione di un obiettivo.

Una soluzione è l’insieme dei cambiamenti nello stato mentale e nei comportamenti che ci consentono di raggiungere il nostro obiettivo. Non sempre le soluzioni coincidono con la rimozione di ostacoli.

Un problema è pertanto il riconoscimento della necessità di inventare e sperimentare dei cambiamenti che ci consentano di raggiungere i nostri obiettivi. Avere un problema significa che la nostra mappa della realtà è insufficiente, e che se vogliamo raggiungere il nostro obiettivo dobbiamo impegnarci a modificarla, ampliarla o integrarla; quindi dobbiamo individuare, inventare e sperimentare stati mentali e comportamenti nuovi.

Le fasi del problem solving

Sebbene un processo di PS comprenda numerosi passaggi che possono essere variamente intrecciati ed integrati tra di loro, possiamo suddividerlo complessivamente in 4 fasi.

Prima fase: identifichiamo il problema/obiettivo.
Seconda fase: generiamo delle possibili soluzioni.
Terza fase: scegliamo, valutiamo e pianifichiamo la soluzione.
Quarta fase: eseguiamo il piano e valutiamo i risultati.

Ogni fase ha un suo preciso scopo e si avvale di uno specifico atteggiamento mentale.

La prima fase serve per conoscere bene la natura del problema e degli obiettivi. Presuppone un atteggiamento osservativo o conoscitivo. Conoscere, però, ha qui un significato più ampio di quello normalmente attribuito a questa parola. Non si tratta di conoscenza logico-scientifica, ma di avere accesso agli aspetti più profondi della nostra vita, si tratta di ri-conoscere ed accettare i nostri autentici bisogni, i nostri desideri, le nostre esigenze e, perché no, le nostre paure. Di questo aspetto abbiamo parlato nelle pagine precedenti.

La seconda fase è decisamente la più creativa del PS in quanto ha come scopo quello di generare soluzioni possibili. Si richiede un atteggiamento che lasci campo libero al pensiero e permetta di abbandonarsi alle proprie visioni, intuizioni, sensazioni e persino emozioni. In questa fase è importante lasciare la mente libera di collegare tra di loro elementi apparentemente lontani, avere accesso alle nostre risorse e formulare anche quelle ipotesi che normalmente escluderemmo perché apparentemente poco realistiche o incompatibili con le nostre idee di fondo. La ricerca di soluzioni, infatti, richiede a volte l’abbandono di alcune convinzioni che ci hanno guidato in precedenza, oppure la loro integrazione o modifica.

La terza fase ha lo scopo di produrre dei veri e propri piani di azione dettagliati. Presuppone un atteggiamento realistico e critico. Quando le idee diventano progetti, è importante valutare il loro grado di realismo, cioè il loro impatto con la realtà.

La quarta fase è l’esecuzione del piano. Il suo scopo è di rendere effettivo il progetto e include la valutazione empirica della sua efficacia. È caratterizzata da un atteggiamento mentale operativo, pratico, esecutivo.

Le diverse fasi ed i diversi atteggiamenti mentali (conoscitivo, creativo, critico ed esecutivo) fanno parte della stessa squadra ed è bene che imparino a lavorare per lo stesso scopo, invece di giocare l’uno contro l’altro, come invece a volte accade.

In un gruppo di lavoro o in una famiglia, ad esempio, è possibile che persone con uno stile cognitivo maggiormente tendente all’esame critico della realtà vengano percepite come “bastoni tra le ruote” quando si tratta di fare qualcosa. Allo stesso modo, chi tende ad una esuberante produzione creativa, può essere considerato “avventato” e inconcludente dalle componenti realistiche del gruppo.
Nessun problema può essere affrontato e superato solo con la chiarezza delle idee o solo con la creatività, né è possibile farlo solo con la critica, il realismo o un buon atteggiamento pratico. Tutte queste componenti sono indispensabili. Perciò a nulla vale biasimare chi, in un gruppo di persone, abbia una maggiore predisposizione ad un tipo di atteggiamento rispetto agli altri. Il suo ruolo deve essere valorizzato ed utilizzato per il buon funzionamento di tutto il gruppo.
A volte, quando affrontiamo il PS da soli, questa lotta avviene tra le varie parti di noi stessi. In questo caso il nostro scopo sarà quello di attivare, stimolare e far crescere le parti più “pigre”, contribuendo così alla nostra crescita complessiva. In tal caso, il Problem Solving può essere considerato, a ragione, l’arte di armonizzare le nostre parti creative con quelle osservative, realistiche e pratiche e di orientarle agli obiettivi che vogliamo raggiungere.

Ecco una sintesi delle quattro fasi del Problem Solving.

Fase I (Osservativa)
IDENTIFICARE IL PROBLEMA/OBIETTIVO
1. Definire l’obiettivo.
2. Analizzare gli ostacoli.

Fase II (Creativa)
TROVARE LE SOLUZIONI
1. Generare le idee (Brain Storming).
2. Trasformare delle idee generiche in opzioni concrete.

Fase III (Critica-realistica)
VALUTARE E PIANIFICARE
1. Valutare efficacia, fattibilità e conseguenze.
2. Scegliere la soluzione.
3. Pianificare (chi, cosa, quando, come e con quali risorse).

Fase IV (Esecutiva)
METTERE IN PRATICA
1. Eseguire il piano.
2. Valutare i risultati.

Letture consigliate

P. Spagnulo
Problem Solving
L’arte di trovare soluzioni
Ecomind, 2005

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Autostima e assertività

Il termine “autostima” è entrato nel lessico comune con significati spesso molto diversi tra di loro. Espressioni come “avere scarsa autostima” sono tanto frequenti quanto vaghe.

I problemi di autostima più frequenti dipendono dalla scarsa consapevolezza dei seguenti punti:

L’autostima non è un muscolo
Bisogna subito dire che l’autostima è al tempo stesso un generatore di atteggiamenti ed azioni, ma è anche l’effetto delle nostre azioni. Dall’autostima dipendono molte nostre scelte, ma sono anche le scelte che influiscono sull’autostima. Dunque, l’autostima non può essere rinforzata come una specie di muscolo, del tutto indipendentemente da quello che facciamo.

L’autostima è composta da tanti aspetti
La seconda osservazione è che le componenti dell’autostima sono tante. Non si può avere la stessa stima di se stessi in tutti i campi. Si può essere bravi in matematica e pessimi musicisti, si può essere bellissimi ed antipatici, come si può essere brutti e simpaticissimi. Si può essere colti e incapaci di avere relazioni significative, oppure un po’ ignoranti, ma generosi o ottimi amanti. Insomma, le qualità umane sono talmente diverse che è letteralmente impossibile eccellere in tutte. E dunque l’autostima non può che essere la risultante di tanti aspetti.

I problemi dell’autostima dipendono spesso da una scarsa consapevolezza dei due punti descritti. Ad esempio, si può ritenere di dover aumentare la propria autostima senza fare nulla perché questa migliori. E’ il caso di chi si ostina a non compiere dei passi fondamentali per sviluppare delle proprie competenze o talenti, giustificando queste rinuncie come effetti della “scarsa autostima”, senza accorgersi che l’autostima non cresce proprio perché si rinuncia. Oppure si può avere una visione di se stessi negativa, esasperando un aspetto non brillante ed ignorando tante cose positive. E’ il caso di alcune persone che sono divorate da una sorta di perfezionismo per cui basta un elemento in cui non eccellono e si sentono totalmente inadeguati.

Una spia della presenza di un problema di autostima è un frequente atteggiamento nei confronti degli altri di tipo eccessivamente aggressivo oppure eccessivamente passivo. Molto utile a riguardo è l’apprendimento di modalità cosiddette assertive che consistono nel saper bilanciare in modo adeguato aggressività e passività in modo da “non farsi mettere i piedi in testa”, ma senza dover per questo offendere gli altri o limitare i loro diritti.

Un’altra spia di un problema di autostima è la tendenza a subire le critiche manipolative, cioè quelle critiche che non sono effettuate per migliorare e costruire, ma per distruggere, offendere o manipolare.

Pertanto, invece di parlare di “scarsa autostima” sarebbe meglio parlare di “deformazione dell’autostima” e la cura consiste nel coltivare se stessi, i propri talenti, le proprie abilità sociali, e le proprie qualità, invece di perder tempo a giudicarsi.

Un ottimo libro sull’autostima e l’assertività è:

cover autostima ecomind

M. Giannantonio, A.L. Boldorini
Autostima, Assertività e atteggiamento positivo III edizione
I fondamenti della crescita personale
Ecomind, 2007

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Eiaculazione precoce

a cura di Emiliano Toso

L’Eiaculazione precoce è probabilmente la disfunzione sessuale più diffusa tra i maschi ed è caratterizzata da una persistente o ricorrente precoce eiaculazione anche in seguito di una minima stimolazione sessuale, prima, durante o subito dopo la penetrazione; comunque sia, prima che il soggetto lo desideri.

E’ come se il mio corpo funzionasse per conto suo.
Non c’è verso, proprio non c’è verso, non riesco a frenarmi ed eiaculo.
Tutto finisce sempre in pochi secondi. Mi sento veramente ridicolo e impotente!

Il maschio che soffre di questo problema possiede in genere un buon desiderio sessuale, un’ adeguata erezione, ma non riesce a controllare in alcun modo la propria eiaculazione, che avviene al seguito di una minima stimolazione. Per parlare di eiaculazione precoce, l’anomalia non deve essere dovuta esclusivamente agli effetti diretti di una sostanza (per es. l’astinenza da oppiacei, antipsicotici o da tranquillanti o l’utilizzo continuativo di decongestionanti nasali), a patologie organiche (ad es. infiammazioni ed altre patologie dell’apparato urinario o del sistema neurologico) o disturbi mentali (l’ eiaculazione precoce può essere sintomo di alcuni disturbi psicologici gravi e cronici, quali ad esempio il disturbo bipolare, il disturbo ossessivo – compulsivo, la depressione, ecc) e deve causare notevole disagio, vergogna e difficoltà interpersonali.

Le cause alla base di tale disfunzione sono diverse, tra le principali troviamo:

Lo stress: molti uomini infatti, tendono a sottostimare l’effetto che uno stress negativo e cronico può avere sulla loro prestazione. La risposta sessuale negli esseri umani è un processo altamente complesso e delicato che coinvolge una combinazione di numerosi fattori psicologici, neurologici, ormonali, ecc. lo stress è in grado di causare marcati sconvolgimenti su tale sistema con ovvie ripercussioni sul sesso.

L’ansia: dato che l’eiaculazione viene innescata dal sistema nervoso parasimpatico, la presenza di una forte ansia, che esprime l’azione di tale sistema, potrebbe facilitare il riflesso eiaculatorio.

Scarse conoscenze o abilità sessuali: in questo caso l’eiaculazione precoce si presenta a causa di insufficienti o addirittura distorte conoscenze sul funzionamento del proprio corpo circa la risposta sessuale e relativamente alle modalità per gestirla al meglio.

La presenza di altre disfunzioni sessuali: in particolare, quando è presente una difficoltà ad ottenere o mantenere l’erezione, il maschio cerca di concludere rapidamente.

Il trattamento dipende naturalmente dall’individuazione delle cause prima di tutto e poi dall’applicazione d’interventi terapeutici specifici. Se l’eiaculazione precoce è un sintomo di malattie organiche, mentali o conseguente l’assunzione di sostanze (eiaculazione precoce secondaria), chiaramente l’intervento ha come finalità quella di rimuovere tali condizioni. Se la disfunzione dipende dallo stress, invece, è auspicabile un trattamento cognitivo-comportamentale orientato ad insegnare al soggetto modalità efficaci di gestione dello stress (stress management) il cui scopo è quello di ridurlo affrontandolo efficacemente e non eliminarlo. Quando le cause, invece, sono da attribuire ad un’ ansia elevata associata all’esperienza sessuale, gli interventi più efficaci risultano essere quelli capaci di rompere questo legame; utile risulta essere a tal fine la tecnica di Desensibilizzazione Sistematica e la Focalizzazione Sensoriale I e II. Se invece il disturbo dipende da scarse abilità sessuali, il soggetto deve acquisire il maggior numero di conoscenze e destrezze grazie alle quali migliorare il controllo dell’orgasmo: abilità di rilassamento, esercizi di potenziamento del muscolo pubococigeo, tecniche dello stop-start e dello Squeeze (compressione) ed altre loro varianti. Logicamente, se l’eiaculazione precoce è secondaria ad una difficoltà erettiva, occorre curare quest’ultima con adeguati interventi.

Letture consigliate:

E. Toso
Il potere terapeutico dell’esposizione
per la sessualità ed altre paure

Ecomind, 2008

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Impotenza o disfunzione dell’erezione

a cura di Emiliano Toso

Si tratta del Disturbo maschile dell’erezione, chiamato impropriamente impotenza, e si manifesta come una persistente o ricorrente incapacità di raggiungere o mantenere un’adeguata erezione, così da non poter compiere l’atto sessuale. Il disturbo dell’erezione può manifestarsi anche in presenza di un elevato desiderio sessuale. es. “Sono disperato; ogni volta che provo ad avere un rapporto sessuale l’erezione non parte, oppure non riesco a mantenerla per più di 10 secondi. Eppure da solo, quando mi masturbo, ci riesco cavolo! Ma che razza di vita è se non posso vivere la mia sessualità come un uomo normale?”
Per parlare di disturbo maschile dell’erezione, l’anomalia innanzitutto deve causare notevole disagio e difficoltà interpersonali; inoltre, non deve essere dovuta esclusivamente alla presenza di patologie organiche (in generale, qualsiasi malattia o squilibrio ormonale che si ripercuota sulle vie nervose o sull’irrorazione sanguigna del pene, ad es.il diabete), a malattie mentali (ad es. la depressione), o agli effetti diretti di una sostanza (ad esempio alcuni farmaci antidepressivi, gli antiipertensivi o l’alcolismo cronico).

Le cause prinicipali sono:

Lo stress: molti uomini infatti, tendono a sottostimare l’effetto che uno stress negativo e cronico può avere sulla sessualità. La risposta sessuale negli esseri umani è un processo altamente complesso e delicato che coinvolge una combinazione di numerosi fattori psicologici, neurologici, ormonali, ecc. lo stress è in grado di causare marcati sconvolgimenti su tale sistema con ovvie ripercussioni sul sesso e quindi anche sull’erezione.

L’ansia da prestazione: capace d’impedire al maschio di lasciarsi andare e di attenuare l’eccessivo controllo sull’erezione, tale ansia può esser la causa diretta di difficoltà erettile oppure aggravare o mantenere una difficoltà erettile di natura organica.

Cause relazionali: le più frequenti sono dovute a conflitti e tensioni all’interno della coppia, difficoltà comunicative, ridotta o scarsa attrazione, scarse abilità o presenza di vere e proprie disfunzioni sessuali nella partner.

Il trattamento dipende dalle cause del disturbo.

Se la difficoltà erettile è un sintomo diretto ed esclusivo di malattie organiche, di disturbi mentali o conseguente l’assunzione di sostanze, l’intervento consiste nel rimuoverli.

Se la disfunzione dipende dallo stress è auspicabile un trattamento cognitivo-comportamentale orientato ad insegnare alla persona modalità efficaci di gestione dello stress (stress management); scopo è quello di ridurlo affrontandolo efficacemente e non eliminarlo.

Nel caso in cui sia presente l’ansia da prestazione, il trattamento si basa fondamentalmente sulla procedura di decondizionamento condotta mediante il metodo della focalizzazione sensoriale I e II. Nel caso in cui non sia presente una partner può essere utilizzata la desensibilizzazione sistematica.

Le cause relazionali, se presenti, vanno affrontate con uno specifica terapia di coppia, mirato a rimuovere eventuali ostacoli.

Letture consigliate

E. Toso
Il potere terapeutico dell’esposizione
per la sessualità ed altre paure
Ecomind, 2008

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Sessualità e disturbi sessuali

a cura di Emiliano Toso

Pagine correlate:

La sessualità è una componente fondamentale della vita, sia dal punto di vista fisiologico, sia dal punto di vista relazionale. E la possibilità di sperimentare una sessualità soddisfacente è essenziale per la salute mentale e per una buona vita di relazione. L’estrema varietà di preferenze e modalità con cui la sessualità può essere vissuta in modo sano soddisfacente non deve essere confusa con la presenza di veri e propri disturbi.

Si parla di disturbi sessuali quando:

* Non si riesce ad iniziare o portare a termine il rapporto sessuale (Disfunzioni sessuali)
* Ci si sente dell’altro sesso e quindi intrappolati in un corpo che sembra non appartenere a se stessi e che viene rifiutato (Disturbi dell’identità di genere).
* Si vivono impulsi, fantasie e comportamenti sessuali nei confronti di persone, oggetti o pratiche inusuali (Parafilie).

Inoltre, i disturbi sessuali sono definiti come tali soltanto quando le condizioni appena descritte si verificano per un lungo periodo di tempo (e non quindi per un singolo episodio), provocando marcato disagio e compromettendo il funzionamento sociale, lavorativo o di altre aree importanti della propria vita.

In questa sezione ci occuperemo di Disfunzioni sessuali, cioè delle anomalie in una o più fasi che caratterizzano la risposta sessuale.

Fase del desiderio. Consiste in fantasie, pensieri, impulsi e comportamenti indicativi il desiderio di praticare l’attività sessuale.

Fase dell’eccitazione. Consiste in oggettive modificazioni fisiche accompagnate da soggettive sensazioni di piacere sessuale. Nel maschio la più evidente modificazione fisica è l’erezione del pene, che avviene grazie al rapido affluire del sangue nel suo tessuto spugnoso (i corpi cavernosi). Nel maschio, la disfunzione più frequente di questa fase è l’impotenza o disfunzione dell’erezione. Nella femmina le modificazioni fisiche sono meno evidenti, ma altrettanto importanti, come l’umidificazione della vagina.

Fase dell’orgasmo. In questa fase, la più breve della risposta sessuale, si raggiunge il massimo del piacere, e questa è un ‘esperienza accompagnata da contrazioni ritmiche dei muscoli perineali, degli organi riproduttivi e, nel maschio, dalla eiaculazione. La disfunzione maschile più frequente di questa fase è l’eiaculazione precoce.

Fase di risoluzione. L’organismo torna gradualmente allo stato di non eccitamento accompagnato da una piacevole sensazione di rilassamento muscolare e di benessere generale. Durante questa fase il maschio è fisiologicamente refrattario ad una nuova eccitazione per un periodo variabile di tempo. Tale durata varia da uomo a uomo e nello stesso uomo in condizioni e momenti diversi; le principali variabili responsabili di queste variazioni possono essere l’età, la frequenza dei rapporti sessuali, lo stato di salute, le caratteristiche della partner ecc. Nella femmina è invece possibile avere più orgasmi uno dopo l’altro.

La diagnosi di disfunzione sessuale viene fatta quando l’alterazione di una o più fasi del funzionamento sessuale causa marcato disagio e difficoltà nei rapporti interpersonali e quando non può essere attribuita all’uso di farmaci e sostanze o alla presenza di disturbi fisici e mentali. Una disfunzione sessuale può presentarsi fin dall’esordio dell’attività sessuale oppure dopo un periodo di normale attività o ancora contemporaneamente ad un buon funzionamento sessuale (è il caso, ad esempio, di un uomo che con la moglie riesce ad avere l’erezione mentre con l’amante no).

Letture consigliate

E. Toso
Il potere terapeutico dell’esposizione
per la sessualità ed altre paure
Ecomind, 2008

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Elenco terapeuti e città

R O M A

Dott. Pietro Spagnulo
Psichiatra, psicoterapeuta. Presidente SIPE, Direttore della sezione romana Centro Ricerche sui Disturbi d’Ansia, socio AIAMC (Associazione Italiana Analisi e Modificazione del Comportamento e Terapia Cognitivo e Comportamentale), EMDR pratictioner. Docente terapia cognitivo comportamentale. Esercita attività libero professionale a Roma e Salerno.
pspagnulo@gmail.com

M I L A N O

Dott.ssa Daniela Sacchi
Socio fondatore SIPE. Vice presidente AIAMC (Associazione Italiana Analisi e Modificazione del Comportamento e Terapia Cognitivo e Comportamentale). Docente AIAMC. Referente SIPE per AIAMC. Referente SIPE Milano.
sacchida@tin.it

Dott.ssa Anna Laura Boldorini
Psicologa, psicoterapeuta, Socio ordinario SIPE, membro EMDR per l’Italia, referente SIPE Milano. Esercita attività libero professionale a Milano.
annalaura.boldorini@iol.it

Dott.ssa Marika Romanini
Psicologa, psicoterapeuta, socio fondatore SIPE, referente SIPE per Milano, socio fondatore EMDR Italia, membro del direttivo e supervisore EMDR Italia. Esercita attività libero professionale a Milano.
marika.romanini@gmail.com

Dott. Stefano Marchi
Psicologo, psicoterapeuta, socio fondatore SIPE, docente AIAMC (Associazione Italiana Analisi e Modificazione del Comportamento e Terapia Cognitivo e Comportamentale). Esercita attività libero professionale a Milano, Bergamo e Treviglio.
stefano.marchi@fastwebnet.it

M O N Z A

Dott.ssa Edy Trazzi
Psicologa, psicoterapeuta, specializzata in psicoterapia cognitiva-interattiva, perfezionata in psicoterapia cognitivo-comportamentale dell’età evolutiva.
Formatrice nell’ambito psico-socio-educativo, e consulente in alcuni Istituti Scolastici. Esercita attività libero professionale a Monza, Lecco, Como.
edy.trazzi@fastwebnet.it

T O R I N O

Dott.ssa Gabriella Bertino
Psicologa, psicoterapeuta. Socio ordinario SIPE, della Società Italiana di Mindfulness e membro dell’associazione italiana EMDR. Supervisore EMDR.
Docente di numerosi corsi sulla gestione degli stati di ansia e attacchi di panico, stati depressivi e gestione dello stress; Esercita attività libero professionale a Torino, Ivrea, Settimo Torinese.
bertinog@fastwebnet.it

B E R G A M O e T R E V I G L I O

CentroMoses
Via dei Mille 9, 24047 Treviglio (BG)
Tel/fax 0363343286
www.centromoses.it
Dott. Stefano Marchi
Socio fondatore SIPE, docente AIAMC (Associazione Italiana Analisi e Modificazione del Comportamento e Terapia Cognitivo e Comportamentale)
Dott. Maria Giuseppina Canevisio
Socio fondatore SIPE, docente AIAMC (Associazione Italiana Analisi e Modificazione del Comportamento e Terapia Cognitivo e Comportamentale)

T R I E S T E

Dott.ssa Patrizia Picamus
Psicologa, psicoterapeuta specializzata in psicoterapia cognitivo-comportamentale. First Certificate of Professional Training in Eating Disorders and Obesity. Socio ordinario AIAMC e SIPE. Esercita attività libero professionale a Trieste.
picamuspat@yahoo.it

V E R O N A

Dott. Antonio Nisi
Docente AIAMC (Associazione Italiana Analisi e Modificazione del Comportamento e Terapia Cognitivo e Comportamentale), SITCC e Scuola di Specializzazione di Psichiatria Università di Verona.

Dott.ssa Cristina Vanoli
Psicologa-Psicoterapeuta, socio ordinario A.I.A.M.C. (Associazione Italiana Analaisi e Modifica Del Comportamento), docente presso la Scuola di Psicoterapia Cognitiva SPC sede di Verona, membro EMDR per l’Italia. Esercita attività libero professionale a Trento e a Verona
cristinavanoli@libero.it

R O V I G O

Dott. Emiliano Toso
Psicologo, psicoterapeuta. Socio ordinario AIAMC e SIPE. Esercita attività libero professionale a Rovigo e Roma.
emiliano_toso@yahoo.it

Dott.ssa Lorenza Chini
Psicologo, psicoterapeuta. Supervisore EMDR. Esercita attività libero professionale a Rovigo.

R I M I N I

Dott. Enrico Meregalli
Psicologo, psicoterapeuta. Socio AIAMC (Associazione Italiana Analisi e Modificazione del Comportamento e Terapia Cognitivo e Comportamentale). Svolge attività di consulenza e supervisione presso Ospedali e Centri per disabili. E’ docente di numerosi corsi sulla Comunicazione, Intelligenza Emotiva, Tecniche di Rilassamento e Gestione dello stress. Esercita attività libero professionale a Rimini.
enricomere@alice.it

F I R E N Z E

Dott.ssa Sonia Parodi
Psicologa, psicoterapeuta. Socio e supervisore AIAMC (Associazione Italiana Analisi e Modificazione del Comportamento e Terapia Cognitivo e Comportamentale), pratictioner EMDR. Esercita attività libero professionale a Firenze e Livorno.
sonia.parodi@email.it

Dott.ssa Anna Finocchietti
Psicologa, psicoteapeuta. Socio e didatta SITCC (Società Italiana Terapia Cognitiva e Comportamentale), didatta corso specializzazione minesteriale per psicologi Studi Cognitivi Milano e Scuola Cognitiva Firenze.
Esercita attività libero professionale a Firenze.
annafinocchietti@interfree.it

S A L E R N O

Dott. Pietro Spagnulo
Psichiatra, psicoterapeuta. Presidente SIPE, Direttore del Centro Ricerche sui Disturbi d’Ansia, socio AIAMC (Associazione Italiana Analisi e Modificazione del Comportamento e Terapia Cognitivo e Comportamentale), EMDR pratictioner. Docente terapia cognitivo comportamentale. Esercita attività libero professionale a Roma e Salerno.
pspagnulo@gmail.com

Dott. Corrado De Rosa
Psichiatra, psicoterapeuta. Esperto in psichiatria forense.
corradoderosa@gmail.com

L E C C E

Dott.ssa Paola Serravezza
Psicologa, psicoterapeuta, sessuologa, membro associazione EMDR, supervisore EMDR. Membro del direttivo della Lega Italiano contro i Tumori sez. di Lecce. Esercita attività libero professionale a Casarano, (LE)
paolaserravezza@yahoo.it

P A L E R M O

Dott. Gianluca Valenti
Psicologo, psicoterapeuta. Socio AIAMC (Associazione Italiana Analisi e Modificazione del Comportamento e Terapia Cognitivo e Comportamentale). Docente di numerosi corsi sulle Tecniche della comunicazione e sull’Assertività. Esercita attività libero professionale a Palermo e Partinico
gianluka1972@libero.it

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Traumi psicologici

di Paola Serravezza

Quando si verificano eventi che superano, in quel momento, la nostra capacità di reagire o di adattarsi, si verifica una condizione di stress traumatico.

Lo stress è, infatti, positivo quando è derivante da una sfida, un compito leggermente al di sopra della nostre abilità, è invece negativo quando la richiesta è eccessiva, soprattutto laddove non vi sia alcuna forma di controllo, dando luogo ad una sensazione di impotenza. Lo stress post-traumatico è la reazione normale di una persona normale a un evento anormale e dipende dalla percezione e senso di vulnerabilità e controllo sulla situazione di ciascuno.

Così, mentre lo stress post-traumatico è un meccanismo di sopravvivenza Il Disturbo da Stress Post Traumatico (PTSD) è una versione patologica di tale meccanismo.

I fattori che influiscono sull’entità della risposta dipendono:
dalla natura dell’evento ( catastrofi naturali, incidenti stradali, lutti)
livello di coinvolgimento (vicinanza fisica e psicologica)
livello del controllo che si ha durante l’evento
livello della minaccia o perdita
livello di assurdità
livello di preavviso
livello di stress nella propria vita
natura e grado di supporto sociale subito dopo l’evento (supporto di colleghi , amici e familiari) e possibilità di comunicazione

Esistono poi alcuni fattori che determinano una certa vulnerabilità di base alla possibilità di sviluppare un disturbo: si tratta di fattori genetici, disturbi mentali precedenti, traumi precedenti ed alcuni aspetti della personalità (ad esempio introversione).
I sintomi di un PTSD sono di tre tipi: sintomi intrusivi (pensieri, sogni, incubi sull’evento), sintomi di arousal (ansia, insonnia, ipervigilanza, scarsa concentrazione, etc.) e sintomi di evitamento (evitare posti e situazioni che in qualche modo possano far ricordare l’evento).
Cosa si può fare
Ridurre lo stress e ritornare alla routine il prima possibile, continuare a mantenere contatti interpersonali gratificanti per sentirsi nuovamente impegnati nella propria vita.
Parlare o scrivere delle proprie sensazioni, prevenire le percezioni negative di sè e ampliare la propria prospettiva /problem solving.
Le vostre reazioni sono normali, ma se persistono in modo evidente, ricercate un intervento professionale per aiutarvi a capire meglio in che modo l’incidente sta avendo ripercussioni sulla vostra vita e per lavorarci sopra.

Quando Chiedere aiuto

Quando si cominciano ad attuare degli evitamenti fobici degli stimoli che ricordano l’evento traumatico.
Lutto complicato, ossia quando ancora non si riesce ad accettare la perdita della persona cara nonostante sia passato molto tempo.
Episodi frequenti di rabbia eccessiva
Parecchie interruzioni del sonno/incubi frequenti
Forte ansia continuativa
Sintomi di depressione clinica
Compromissione significativa delle abililità di problem solving
Pensieri intrusivi fortemente disturbanti
Segnali d’allarme
Abuso di alcool/droghe
Isolamento significativo
Disperazione esistenziale/spirituale
Incapacità di lavorare, o di rimanere concentrato
Ideazioni suicidarie

Gravi sintomi di PTSD presenti a 3 mesi o più dal trauma, possono diventare cronici e contribuire ad un comportamento disadattivo. È pertanto necessario un intervento clinico attivo per prevenire lo sviluppo di PTSD

Come si Cura

Gli interventi terapeutici riconosciuti come i più efficaci ed individuati evidence based nel campo del trauma sono L’EMDR e la terapia cognitivo comportamentale focalizzata sul trauma (TFCBT)

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EMDR

EMDR è l’acronimo di “Eye Movement Desensitization and Reprocessing”, che tradotto alla lettera vuol dire: “Riprocessamento e Desensibilizzazione con i Movimenti Oculari”.

Stiamo parlando di una originalissima tecnica psicoterapeutica elaborata nel 1987 da Francine Shapiro negli Stati Uniti finalizzata a risolvere gli effetti di traumi psicologici.

Dalla sua prima elaborazione ad oggi, l’EMDR è stato sottoposto ad un numero enorme di studi che ne hanno confermato l’efficacia sui traumi, sebbene rimanga incerto il meccanismo di funzionamento.

L’EMDR è una metodica molto ben definita da un protocollo che viene insegnato agli psicoterapeuti di tutto il mondo sotto la supervisione di organizzazioni internazionali preposte allo scopo.

Secondo tale metodica, una volta individuata l’esperienza traumatica su cui si intende lavorare, si procede alla precisa identificazione delle componenti cognitive, emotive e corporee della reazione al trauma e poi si procede al riprocessamento senza aggiungere interpretazioni né commenti, ma solo attivando la capacità innata di ciascun essere umano di rielaborare le informazioni in modo adattivo, una volta che vi siano alcune condizioni favorenti.

Un aspetto affascinante dell’EMDR è la sua incisività e brevità. A volte sono sufficienti pochissime sedute per risolvere condizioni croniche.

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Mindfulness

di Pietro Spagnulo

Da alcuni decenni, la psicoterapia cognitivo comportamentale è considerata dalla comunità scientifica e dalle più importanti organizzazioni internazionali la più efficace ed affidabile terapia psicologica per un gran numero di problemi emotivi e disturbi mentali.
I recenti sviluppi di questo approccio confermano la sua vitalità e la tendenza a mantenersi al passo con la ricerca scientifica e le esigenze della società. In particolare, negli ultimi quindici anni, la ricerca ha messo a punto alcuni importanti avanzamenti che spingono alcuni autori a parlare di terapia cognitivo comportamentale di terza generazione basata su una importante acquisizione metodologica che prende il nome di mindfulness.

Che cos’è la mindfulness

In senso lato, il termine “mindfulness” si riferisce ad una attenzione consapevole, intenzionale e non giudicante alla propria esperienza nel momento in cui essa viene vissuta. Tale atteggiamento di accettazione radicale viene coltivato con una pratica quotidiana di esercizi specifici. Studi recenti indicano, infatti, che la pratica costante di tali esercizi o “meditazioni” ha profondi effetti sulla salute fisica e mentale.

E’ importante sottolineare che il concetto di “accettazione”, insito nella pratica della mindfulness, non deve essere confuso con quello di “rassegnazione”. Se la rassegnazione implica una rinuncia ad agire rispetto agli eventi, la mindfulness, al contrario, partendo dalla consapevolezza di ciò che è, predispone a muoversi in direzione dei propri valori più profondi ed autentici. La pratica della mindfulness si propone, infatti, di aiutare a sostituire nella vita quotidiana comportamenti reattivi, automatici e distruttivi con scelte consapevoli ed appropriate al contesto.

Ciò si realizza attraverso tre abilità fondamentali che vengono apprese e coltivate con la pratica quotidiana:

1. Apprendere ad ancorarsi al momento presente, invece di essere catturati da anticipazioni catastrofiche del futuro, oppure da recriminazioni sul passato. L’attenzione al momento presente è una componente fondamentale di un’antica pratica meditativa, chiamata vipassana, ripresa e rielaborata per la prima volta nel Mindfulness Based Stress Reduction program di Jon Kabat-Zinn a fini terapeutici (Kabat-Zinn, 1990).

2. Apprendere a riconoscere i pensieri in quanto tali, e a non considerarli dati di fatto. Questa componente del lavoro basato sulla mindfulness non deve essere confuso con la ristrutturazione cognitiva. Se nella ristrutturazione cognitiva ci si prefigge di modificare le convinzioni ed i pensieri, con la pratica della mindfulness si persegue invece il “decentramento” (Kabat-Zinn, 1999; Segal, Wilson, Teasdale, 2005) chiamato anche “defusione” (Hayes, 1999) o de-identificazione dai propri pensieri (fusione).

3. Superare la tendenza all’evitamento esperenziale, caratterizzato da atteggiamenti di fuga e di rifiuto nei confronti dei propri pensieri, emozioni e sensazioni fisiche. Questo obiettivo è correlato alla consapevolezza di poter scegliere le proprie azioni, e su cosa applicare il nostro impegno. Da questo punto di vista, la mindfulness è un potente stimolo in direzione dei propri valori personali e dunque alla esposizione alle situazioni e circostanze generalmente evitate.

Applicazioni cliniche della mindfulness

Al momento si conoscono e si applicano quattro diversi programmi basati sulla mindfulness: la Mindfulness Based Stress Reduction (MBSR), la Mindfulness Based Cognitive Therapy for depression (MBCT), la Terapia Dialettica e l’Acceptance and Commitment Therapy (ACT).
Questi programmi sono utilizzati con particolare efficacia per i disturbi d’ansia, la depressione, il dolore cronico, e tutte le malattie fisiche che possano giovarsi di una migliore risposta dell’organismo ai processi patologici.
Gli operatori possono inoltre trarre grandi benefici personali e professionali dalla pratica della mindfulness, gestire lo stress ed il burn out con maggiore forza e consapevolezza, e apprendere ad adottare scelte creative, più appropriate al contesto e più soddisfacenti.
Si sottolinea, inoltre, che la pratica della mindfulness può essere integrata con qualsiasi altro tipo di approccio terapeutico, in quanto non solo non interferisce con i processi di rielaborazione, ma addirittura li favorisce in quanto apre la strada ad una accettazione ed esplorazione della propria interiorità e del proprio corpo.
Letture consigliate

Antonella Montano
Mindfulness
Ecomind, 2007


Pietro Spagnulo
Disturbi d’Ansia e Panico
Il programma ACT
Ecomind, 2007

Vedi anche la pagina dedicata all’ACT (Acceptance and Commitment Therapy), terapia di terza generazione basata sulla mindfulness.

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Psicoterapia

In questa sezione potrai trovare informazioni su:

Psicoterapia Cognitivo Comportamentale

EMDR

Mindfulness

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Terapia Cognitivo Comportamentale

di Pietro Spagnulo

La psicoterapia cognitivo comportamentale è considerata dalla comunità scientifica internazionale e dalle più autorevoli organizzazioni sulla salute uno dei più affidabili ed efficaci modelli per la comprensione ed il trattamento di un gran numero di disturbi e problemi psicologici e psichiatrici.

La sua buona reputazione dipende da una serie di elementi che la contraddistinguono:

* è fondata su basi empiriche ed è costantemente oggetto di rigorose ricerche cliniche in tutto il mondo;

* il suo linguaggio ed i suoi metodi sono ben definiti, questo le consente di avere un grande potenziale integrativo sia con altre scienze (la neurofisiologia, l’etologia, la psicologia del comportamento, la psicobiologia), sia con altri approcci psicoterapeutici (mindfulness, EMDR);

* le sue basi teoriche sono relativamente intuitive ed immediatamente comprensibili anche dai pazienti;

* la durata del trattamento è in genere piuttosto breve;

* La terapia si svolge in un clima collaborativo, con uno stile di comunicazione diretto, concreto e orientato allo scopo.

Terapia cognitivo comportamentale standard

I principi fondamentali del trattamento sono:

* Apprendere ad autorasserenarsi, a stabilizzarsi ed a trovare uno spazio interiore di osservazione grazie al quale poter individuare i propri processi interiori (pensieri, emozioni, sensazioni fisiche), con tecniche di rilassamento (Jakobson, training autogeno), immaginazione guidata (rifugio interiore), tecnica dello stop alla ruminazione improduttiva, mindfulness.
* Individuare i pensieri e le convinzioni che alimentano il problema. Si distinguono pensieri più superficiali (detti pensieri automatici), dagli assunti e dalle convinzioni più profonde di cui si può anche non essere consapevoli (come ad esempio la convinzione di essere diversi, fragili, colpevoli, inadeguati, impotenti). Tali pensieri e convinzioni vengono discussi e sottoposti ad un lavoro di rielaborazione costruttiva chiamato ristrutturazione cognitiva.
Anche in questo ambito di intervento si è aggiunta negli ultimi anni la mindfulness che consente di ridimensionare la capacità di coinvolgimento e trascinamento dei pensieri in quanto aiuta a riconoscerli come tali e dunque a distinguerli dalla esperienza diretta percettiva.
Anche l’EMDR consente di avviare un processo di riprocessamento e dunque di profonda ristrutturazione delle convinzioni relative ad esperienze traumatiche.
* Apprendere ad affrontare le situazioni che suscitano o esasperano il problema, ed a gestirle in modo più adeguato e produttivo, grazie a tecniche di esposizione e desensibilizzazione ed Accesso alle risorse e loro installazione, Problem Solving e training di assertività

Terapia cognitivo comportamentale di terza generazione

Come si è già accennato, relativamente alla mindfulness ed all’EMDR, negli ultimi venti anni sono stati sperimentati nuovi approcci che stanno influenzando in modo profondo il modello standard, al punto da far parlare esplicitamente di terza generazione della terapia cognitivo comportamentale.

MBCT (Mindfulness Based Cognitive Therapy)

Si tratta di un nuovo modello della terapia cognitivo comportamentale che è stato sperimentato con successo per le ricadute della depressione. Alla base di questo modello si dà ampio spazio alla pratica della mindfulness.

ACT (Acceptance and Commitment Therapy)

E’ anch’essa una terapia basata sulla mindfulness e su un modello del funzionamento del linguaggio - la Relational Frame Theory - sperimentato per due decenni da S. Hayes e colleghi. Oltre alla mindfulness utilizza un gran numero di tecniche esperenziali ed è utilizzata per molti altri disturbi e problemi, in particolare per i disturbi d’ansia

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Problemi psicologici

La classificazione moderna dei disturbi e problemi psicologici si basa sul Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (DSM) giunto alla sua IV edizione con revisione (DSM IV - TR) che è fondamentalmente l’elenco dei criteri diagnostici di tutti i tipi di problemi e disturbi psicologici conosciuti. Per criteri diagnostici si intendono i segni ed i sintomi che devono essere presenti o non devono essere presenti per effettuare una specifica diagnosi.

Nelle nostre guide on line
Puoi trovare informazioni sulla diagnosi, le manifestazioni, le cause ed i trattamenti efficaci, relativi ai principali problemi e disturbi psicologici.

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Chi siamo

La Società Italiana di Psicoeducazione è un’associazione senza scopo di lucro la cui mission è di favorire in Italia, nel campo della salute mentale, attività informative e cliniche basate sull’evidenza.

I nostri obiettivi dipendono pertanto dalla diffusione di un’informazione trasparente e corretta. Allo stesso modo, la SIPE si impegna a favorire un’attività clinica che abbia come obiettivo l’efficacia dell’intervento, invece del sostegno fazioso di modelli e ideologie.

Ciò significa, in ultima analisi, favorire la diffusione di raccomandazioni terapeutiche basate sulle linee guida e sull’evidenza, ed anche notizie su trattamenti recenti, avanzati o sperimentali che si basano su criteri scientifici di ricerca di prove e favorire l’operatività clinica che si basa sugli stessi criteri.

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Infanzia e adolescenza

A cura di Edy Trazzi

In questa sezione saranno presentati i principali problemi psicologici o disturbi con esordio nell’infanzia e nell’adolescenza.
E’ bene precisare che non sempre i problemi psicologici dei bambini e dei ragazzi rientrano in un quadro francamente psicopatologico e che in alcuni casi le difficoltà si risolvono naturalmente e spontaneamente. Altre volte, invece, possono mantenersi o aggravarsi. Occorre quindi, non trascurare il malessere psicologico, contando sul fatto che “passerà con la crescita”. Imparare a riconoscere ed accogliere i primi segnali di disagio da parte di genitori ed insegnanti, è fondamentale per far fronte tempestivamente al problema; è dimostrato, infatti, che prima si interviene, maggiori sono le possibilità di fornire un aiuto efficace.
Il disagio infantile e adolescenziale è spesso nascosto o mascherato, inoltre difficilmente un bambino chiederà aiuto per una problematica psicologica, cosa che invece è in grado di fare un adulto. I bambini poi, e spesso anche gli adolescenti, non esprimono il loro malessere attraverso le parole, lo fanno invece attraverso sintomi, comportamenti, reazioni emotive.

Un disagio è rilevante sul piano clinico se

• persiste nel tempo,
• le tentate soluzioni hanno mantenuto o aggravato il problema,
• la famiglia sente di non poter agire direttamente ed efficacemente per far fronte al problema,
• il livello di stress conseguente è troppo elevato per il soggetto e/o per la famiglia,
• è evidente una significativa compromissione del funzionamento nell’ambito familiare, scolastico o sociale.

In questi casi è indicato chiedere una consultazione ad un servizio di psicologia per l’età evolutiva o ad un professionista esperto in problematiche dell’infanzia e dell’adolescenza.

Elenco dei principali disturbi o problemi dell’età evolutiva:

Il deficit di attenzione con iperattività
• Il disturbo oppositivo e provocatorio
• Il disturbo della condotta
• Il bullismo
Disturbo d’ansia di separazione
• Il disturbo iperansioso
• La fobia scolare
• La fobia sociale
• Il mutismo selettivo
• Il disturbo ossessivo-compulsivo
• La depressione
• Enuresi ed encopresi
• Il disturbo da stress post-traumatico
• I disturbi dell’apprendimento
• I disturbi del linguaggio

Letture utili:
C. D’ambrosio, Capire i disagi dei bambini, Trento, Erickson
G. Maiolo, L’occhio del genitore, Trento, Erickson

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Omeopatia e diritto

Cos’è l’omeopatia

Il termine omeopatia deriva dal greco: “homoion” simile e “pathos” malattia. I suoi principi ispiratori, di origine antichissima, risalgono più di recente alla fine del XVIII secolo agli studi del medico tedesco Samuel HahnemanLo scopo principale dell’omeopatia è  di ricondurre la persona al corretto equilibrio psico-fisico, compromesso dalla malattia. (“La missione nobile ed unica del medico è riportare in salute il malato –– in altri termini guarirlo” Da “Organon – dell’arte di guarire” di S. Hahneman).

Questa prospettiva considera la malattia come una sorta di “corto circuito” che coinvolge tutto l’organismo e non come una alterazione localizzata. Essa, in altre parole, è causata dalle interazioni con l’ambiente esterno, stress, traumi etc. etc. e/o da fattori interni, che si ripercuotono sulla funzionalità dell’organismo.

Alla base delle cure omeopatiche vi sono essenzialmente due principi: il principio di “similitudine del farmaco”, già noto alla medicina tibetana, cinese, araba e – prima ancora – alla mitologia greca, secondo il quale il malato viene curato con un medicinale, che produrrebbe in un soggetto sano gli stessi sintomi della malattia. Il secondo principio è quello della “dose infinitesimale”, in base al quale la sostanza omeopatica, sottoposta a determinati processi, viene somministrata appunto in dosi minime.

Le sostanze usate nelle cure omeopatiche sono di origine animale, vegetale o minerale: tali sostanze attraverso processi di “diluzione e scuotimento”, vengono epurate dai componenti tossici, in modo da essere utilizzate  per i relativi scopi terapeutici. Si parte dall’estratto alcoolico della sostanza di base (tintura madre), che viene poi appunto sottoposta alle diverse diluizioni. Ad ogni diluizione corrisponde una specifica sigla convenzionale, ad esempio CH (centesimale hahnnemaniana), la LM (diluizione cinquantamillesimale) e la K (diluizione korsakoviana).

Individuata la sostanza omeopatica (definita potenza), questa viene somministrata in quantità molto diluita secondo l’ipotesi che diluizioni maggiori potenziano l’effetto farmacologico anziché ridurlo.

Spesso, nel pensare comune, si associa concettualmente il rimedio omeopatico a quello erboristico. Ma ciò non è corretto. L’omeopatia si differenzia dall’erboristeria principalmente per tre motivi:

a) l’erboristeria utilizza piante non diluite, che pertanto conservano i componenti naturalmente tossici, a differenza dell’omeopatia che mira a sfruttarne il solo potere terapeutico;

b) l’erboristeria fa uso solo di piante, mentre l’omeopatia fa uso di sostanze anche di origine animale o minerale;

c) l’erboristeria non studia la personalità del malato, come avviene invece in omeopatia. L’omeopatia, infatti, non tende all’eliminazione del sintomo localizzato ma è diretta alla cura del malato in quanto tale e al miglioramento delle sue condizioni psicologiche.

La cura omeopatica in quest’ottica mirerebbe pertanto al rafforzamento delle razioni organiche interne dell’organismo, mentre la medicina tradizionale agirebbe eliminando il sintomo, senza intervenire sulle cause.

 

Il rapporto tra l’omeopatia e la medicina tradizionale

L’omeopatia, pertanto, è un metodo definito alternativo alla più tradizionale medicina “allopatica”, in quanto sfrutta l’azione dei principi contrari a quelli che hanno provocato la malattia.

Le critiche maggiori mosse a questo tipo di medicina, che secondo molti non può definirsi tale, risiedono nella mancanza di prove di un effetto terapeutico vero e proprio; sul fatto che il buon esito del trattamento sarebbe principalmente dovuto all’effetto “placebo” della sostanza (ossia la mancanza dell’effetto terapeutico del preparato omeopatico) e sul fatto che l’omeopatia non è in grado di curare, tra le altre, malattie gravi (per le quali talvolta nemmeno la medicina tradizionale può molto), malattie in fase terminale e malattie ad ereditarietà genetica.

Altri dubbi sul reale effetto terapeutico riguardano il processo di preparazione del rimedio omeopatico. Se, infatti, la sostanza viene sottoposta ad una serie di diluizioni sino quasi all’eliminazione totale delle caratteristiche della sostanza stessa, non è chiaro come essa possa produrre i suoi effetti sull’organismo.

D’altro canto è indiscussa l’esistenza ancora molto diffusa di una certa diffidenza nei confronti dei rimedi farmacologici tradizionali, che molto spesso possono provocare effetti collaterali importanti. 

Ad ogni modo, bisogna prendere atto di un dato indubbio: l’omeopatia è praticata ufficialmente in oltre 80 Paesi, con larga diffusione soprattutto in Europa.

In Italia, secondo un’indagine dell’ISTAT, l’utilizzo di rimedi omeopatici è passato dal 2,5% nel 1991 all’ 8,5% nel 1999.

Nonostante i dati ufficiali ci dicano che il loro utilizzo sia diminuito negli ultimi cinque anni, nel 2005 il 7% della popolazione ha dichiarato di aver utilizzato rimedi omeopatici almeno una volta nei tre anni precedenti.

Il calo nei consumi di prodotti omeopatici è, probabilmente, dovuto anche ai recenti articoli di divulgazione medica che bocciano l’efficacia delle cure omeopatiche (The Lancet, 2005, “Are the clinical effects of homoeopathy placebo effects? Comparative study of placebo-controlled trials of homoeopathy and allopathy“). Anche se forse ciò che oggi probabilmente manca, è una verifica su vasta scala, fondata su evidenze scientifiche e mediche, che metta a confronto l’efficacia della medicina tradizionale con quelle non convenzionali.

L’omeopatia nella legislazione nazionale

La legislazione in materia di prodotti omeopatici è relativamente recente. La procedura di registrazione dei farmaci omeopatici viene regolamentata per la prima volta a livello comunitario nel 1973 con la direttiva 92.

Questa è stata adottata in Italia con la legge comunitaria del 1994,  a cui si sono susseguiti molti interventi legislativi, culminati nel 1997 con l’istituzione di una Commissione Ministeriale presso il Ministero della Salute. Nel 2006 è entrato in vigore il D. Lgs. 219/2006 (“Codice Comunitario dei medicinali per uso umano”) Attuazione della direttiva 2001/83/CE (e successive  modifiche) relativa ad un codice comunitario concernente i medicinali per uso umano, nonchè della direttiva 2003/94/CE con cui sono state codificate le norme speciali per i medicinali omeopatici.

Oggi, nonostante la loro diffusione, questi prodotti non sono rimborsabili dal Servizio Sanitario Nazionale che, più in generale, per le medicine non convenzionali non prevede alcuna agevolazione (distribuzione gratuita o pagamento di una quota di partecipazione: ”ticket”). Tali prodotti, infatti, sono esclusi dai Livelli Essenziali di Assistenza (L.E.A.), gli elenchi promulgati periodicamente con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri che definiscono le prestazioni e i servizi totalmente o parzialmente esclusi dal sistema di assistenza sanitaria statale.

Le prestazioni e i servizi inclusi nei L.E.A. rappresentano il livello “essenziale” garantito a tutti i cittadini, ma le Regioni, utilizzando risorse proprie, possono prevedere servizi e prestazioni ulteriori per i propri cittadini.

Questo ha consentito in alcune Regioni di mantenere un certo numero di medicine non convenzionali tra le prestazioni fornite nel pubblico: ne sono un esempio l’Emilia Romagna (in cui le medicine non convenzionali sono utilizzate in programmi sanitari specifici)  e la Toscana (in cui nel 2006 erano attivi più di 60 ambulatori di medicine non convenzionali) che hanno inserito le prestazioni relative nei L.E.A. regionali, dietro il pagamento di un ticket. Ciò evidentemente ha determinato una certa disparità nei trattamenti erogati ai residenti delle varie regioni italiane.

Chi può prescrivere cure omeopatiche?

Una recente sentenza della Corte di Cassazione, inserita in una serie di precedenti che costituiscono l’orientamento attuale della giurisprudenza, (cfr. ad es. Cassazione, 4.04.2005; Cassazione 12.02.1999, n. 2652; Trib. Reggio Emilia, 4.06.2004) ha ribadito che: “commette il reato previsto e punito dall’art. 348 c.p. (abusivo esercizio di una professione), colui che fa diagnosi e prescrive cure omeopatiche senza essere abilitato all’esercizio della professione medica”. In altre parole, chi non è abilitato all’esercizio della professione medica non può prescrivere cure omeopatiche, ed il paziente non può accettare tali cure da chi non è un dottore in medicina iscritto all’albo.

L’argomentazione principale, fatta propria dalla Corte di Cassazione, si rifà all’individuazione della salute quale bene primario, tutelato da un imponente complesso di norme, prima tra tutte la Costituzione. L’art. 32 della Costituzione, infatti, recita: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività”.

L’omeopatia, si legge nella sentenza, per quanto pratichi metodi e tecniche non riconosciuti dalla medicina convenzionale, è equiparata a quest’ultima perché “finalizzata alla diagnosi e alla cura delle malattie dell’uomo”.

La Corte di Cassazione, quindi, afferma che l’attività clinica, la diagnosi ed il rilascio di prescrizioni e ricette sanitarie di prodotti omeopatici coincidono con l’espletamento di una vera e propria attività sanitaria e pertanto chi li prescrive deve essere abilitato al suo libero esercizio.

Il fatto che l’omeopatia non è abitualmente oggetto di disciplina universitaria (benché oggi alcune Università stiano attivando corsi specifici su medicine non convenzionali), non la esclude dalle professioni mediche in quanto il suo campo di azione è relativo alla cura delle malattie.

 

Considerazioni conclusive

La Corte di Cassazione fa chiarezza su un punto molto importante: l’irrilevanza del consenso. Infatti,  nel caso oggetto della sentenza, il paziente era a conoscenza che l’imputato non fosse un medico.

E’ posta in secondo piano la libertà di autodeterminarsi nella scelta delle cure mediche – nei casi in cui non si versi in ipotesi di trattamenti sanitari obbligatori – rispetto alla circostanza per la quale, basandosi l’omeopatia su nozioni e metodi non riconosciuti dallo Stato, e nondimeno della medicina ufficiale rivolta alla diagnosi e alla cura, non può essere totalmente sottratta al controllo pubblicistico.

Tuttavia, questo comporta che le prestazioni mediche non convenzionali – pur non adottando metodi e terapie riconosciuti dalla medicina convenzionale – può essere legittimamente praticata solo da professionisti medici abilitati al pari di quelli “tradizionali”; il paziente, pertanto, potrà (e dovrà) accettare prescrizioni e cure omeopatiche solo da medici regolarmente iscritti all’albo e rifiutarle da chi non riveste tale qualifica.

Le ricadute di questi principi sul piano pratico sono inevitabili, del resto la contrapposizione tra “rimedi naturali” – spesso oggetto di cure fai da te – e i “rimedi farmacologici” della medicina tradizionale è assai diffusa. E questa contrapposizione è fuorviante e non tiene conto dell’aspetto che le sentenze citate più sopra evidenziano, ossia che l’utilizzo delle cure omeopatiche è finalizzato alla diagnosi e che l’omeopatia è un atto medico a tutti gli effetti.

Concludendo, sarà utile evidenziare un’incongruenza eclatante: se la prescrizione di cure omeopatiche è riservata al professionista abilitato all’esercizio dell’arte medica, come si spiega la carenza di corsi di specializzazione, al pari di quelli previste per le altre branche della medicina? In altre parole, se è vero che la cure omeopatiche sono finalizzate alla diagnosi e alla cura, perché esigere che il cittadino si rivolga a medici competenti senza esigere che questo ultimi assumano effettivamente queste competenze?

 

a cura dell’avv. Carmen De Simone

 

 

 

 

 

 

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Il Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO)

Che cos’è il Trattamento Sanitario Obbligatorio

La legge italiana prevede che per le persone affette da disturbi mentali possa essere disposto un  trattamento sanitario in assenza di consenso. Tale trattamento, detto Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO), è un procedimento complesso che viene eseguito solo in alcune condizioni particolari. Secondo l’art. 34 della legge 833 del 1978, queste condizioni sono:

a)         l’esistenza di alterazioni psichiche tali da richiedere urgenti interventi terapeutici;

b)         la mancata accettazione di tali interventi da parte dell’infermo;

c)         la mancanza di condizioni e circostanze che consentano di adottare tempestive ed idonee misure  sanitarie extraospedaliere.

La legge modifica in maniera profonda il mandato della psichiatria (che non svolge più una funzione principalmente di custodia, di ordine pubblico e di controllo di comportamenti socialmente pericolosi o scandalosi), orienta l’intervento a favore del malato sottolineandone la natura sanitaria ed equipara la malattia mentale ad ogni altra malattia nel rispetto dell’Art. 13 della Costituzione (diritto alla libertà personale), in cui è possibile la sua temporanea violazione perché prevale il principio di tutela della salute della persona quale supremo diritto individuale (Art. 32 della Costituzione).

 

Come si avvia la procedura

Un TSO viene attivato da una “proposta motivata”, scritta da un medico che visita il paziente e redige un certificato in cui propone il ricovero argomentandone le ragioni in maniera rigorosa. Non è necessario che il medico proponente sia uno psichiatra, né che appartenga ad una struttura sanitaria pubblica. Qualunque medico, anche generico ed anche privato può redigerla, purché indichi con chiarezza i dati personali della persona nei confronti della quale essa viene formulata, le alterazioni psichiche presenti, l’eventuale diagnosi, i motivi per i quali quelle alterazioni richiedono “urgenti interventi terapeutici”, e l’annotazione che tali interventi non vengono accettati dal paziente. Se la  proposta accerta che “non vi sono le condizioni e le circostanze che consentono di adottare tempestive ed idonee misure sanitarie extraospedaliere”, il medico propone che questi gli “urgenti interventi terapeutici” siano effettuati in regime di TSO “in condizioni di degenza ospedaliera”.

La proposta passa ad un secondo medico, che deve appartenere al Servizio Sanitario Nazionale e che può anche non essere uno specialista in psichiatria, il quale la esamina, ne verifica la fondatezza e la congruità, e se ritiene che i dati affermati siano attuali e che la proposta sia congrua, la convalida attraverso il certificato di Convalida del TSO. In caso contrario non la convalida, e la proposta perde efficacia.

Una volta redatte, proposta e convalida vengono portate all’attenzione del Sindaco del Comune nel territorio del quale l’infermo si trova al momento dei fatti. Il Sindaco, in quanto massima autorità sanitaria locale, esamina i certificati e, qualora ne riscontri la regolarità, emana entro 48 ore l’ordinanza con la quale si dispone il “TSO in condizioni di degenza ospedaliera” nei confronti della persona indicata. A questo punto viene data esecuzione all’ordinanza sindacale, e può quindi avvenire il ricovero nel reparto designato.

 

Chi esegue l’ordinanza sindacale

L’equipe psichiatrica (in quanto il TSO rappresenta un intervento sanitario) e la Polizia Municipale (organo che provvede alla esecuzione delle ordinanze sindacali) portarno a termine il ricovero collaborando e rispettando i rispettivi ruoli garantendo sempre al paziente la tutela della sua salute. Qualora gli interventi sanitari si dimostrino vani e si renda necessario un intervento più coercitivo, subentra la competenza della Polizia Municipale.

 

Altri professionisti coinvolti nella procedura di TSO

Entro 48h dal ricovero, proposta, convalida e ordinanza del Sindaco vengono trasmesse al Giudice Tutelare che ne verifica la regolarità e, “assunte le informazioni e disposti gli eventuali accertamenti” ritenuti opportuni, la convalida oppure la rigetta. Nel primo caso il ricovero obbligatorio prosegue, nel secondo il Sindaco ne dispone immediatamente l’interruzione. Quest’ultimo ha la possibilità di ricorrere contro la decisione del Giudice Tutelare entro 30 giorni; sul ricorso decide il Tribunale.

Tutti i professionisti coinvolti possono interrompere il procedimento laddove non ne ravvedano la necessità, dal medico convalidante, al Sindaco, al Giudice Tutelare, fino al medico che deve accogliere il paziente in reparto.

 

Quanto dura il TSO

Il TSO dura 7 giorni dalla data di emissione del certificato di convalida. Se il ricovero deve superare il settimo giorno, il medico del reparto trasmette al Sindaco una proposta motivata di “proroga” o “prosecuzione”. Quest’ultimo la esamina, ne riscontra la regolarità ed emette una nuova ordinanza di TSO, che ha anch’essa la durata di 7 giorni. Si possono richiedere ed ottenere successive proroghe nel corso del tempo senza limiti prefissati. Allo scadere dei 7 giorni, in caso di mancata comunicazione di proroga, il paziente si deve considerare ricoverato in regime di trattamento sanitario volontario TSV).

 

Cosa si deve fare per una persona ricoverata in TSO

La persona ricoverata in TSO deve essere tutelata nella sua dignità psichica e fisica, e deve poter comunicare liberamente con l’esterno. L’equipe deve attivare qualsiasi iniziativa utile ad ottenere al più presto il suo consenso alle cure, ed a fornire in qualsiasi momento un’adeguata informazione relativa al ricovero e alle cure intraprese.

Il paziente può fare ricorso al TSO ed il Sindaco deve rispondere entro 10 giorni. Il ricorso può essere proposto da chiunque ne abbia interesse (familiari, amici, associazioni). Per ridurre i tempi se ne può inviarne copia al Giudice Tutelare, specie se il ricorso parte entro le 48h dal ricovero (quando presumibilmente non ha ancora convalidato il provvedimento).

Infine, al paziente deve essere garantita la libertà personale. Il TSO, infatti, è definito e limitato al disturbo mentale, pertanto non è possibile effettuare terapie che non riguardino lo stato psicopatologico (ad es., trasfusioni, alimentazione forzata ecc.) se non è ravvisabile una connessione alla condizione psichica.

 

Il ricovero del paziente in assenza di convalida o di ordinanza sindacale

In questi casi vale il principio per cui in assenza di documentazione necessaria e quando la procedura non viene ultimata secondo legge, nessuno può obbligare il paziente ad assumere terapie, eccetto che in quei casi per cui è ravvisabile lo stato di necessità., quando cioè il medico ravvede, a prescindere dalla necessità o meno di un ricovero in TSO, una situazione conclamata di pericolo attuale di un danno grave alla persona, riservandosi la possibilità successiva di dar luogo alla procedura di TSO o meno.

 

La modifica del regime di ricovero (TSO/TSV)

Se durante il ricovero, i medici vedono un miglioramento clinico del paziente tale da far venire meno le condizioni che hanno portato al TSO, è possibile, attraverso comunicazione scritta e motivata al Sindaco, la revoca del provvedimento. Questa procedura consente di convertire il ricovero da obbligatorio a volontario. <